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Aspirines And Alcohol / Sette.

1 Dicembre 2008

E poi è arrivato il freddo e G. si è rivenduto il biglietto aereo per comprare la roba e uno squallido giacchetto verde e un paio di jeans usati. Le Adidas hanno i buchi, ma va bene così. Il miniappartamento di Mona ha il riscaldamento fuori uso, e il clima di B. è impietoso.
D. ha lasciato un piccolo biglietto sulla porta, “Vieni da me alle 17 e portalo”. “Portalo” si riferisce chiaramente al fumo. G. tramite vari favori si è costruito una rete di rifornimenti piuttosto ampia, grazie alla quale la coca è all’ordine del giorno e l’hashish è diventato un semplice passatempo, un’alternativa alle scontate sigarette. G. ha perso quindici chilogrammi e mangia una volta al giorno, non tutti i giorni.

G. con il “nuovo” giacchetto esce di casa un’ora prima dell’appuntamento. Deve incontrarsi con Mona, e nessuno lo sa. G. esce dal suo vicolo e finisce in un’enorme strada, non troppo trafficata, ma piena di gente a piedi, e si introduce nella folla indifferente. Nuvole di vapore escono dalle bocche delle persone, gli autobus lasciano il ricordo del metano alle loro spalle e l’odore del caffé si fa strada quando le persone aprono le porte dei bar. Mona, in un’orribile pelliccia e con una nuova acconciatura à la Gaby di Huit Femmes (però con i capelli color arancione fluo) lo aspetta seduta composta su una panchina in una piccola piazza piena di piccioni e mendicanti, che scuotono i loro bicchieri pieni di spicci. Mona fuma una Rothman con eleganza, seppur tirando profondamente; aspira con avidità: rilascia il fumo con decisione ma senza atteggiarsi. Mona è donna sulla carta d’identità da dieci anni, in realtà da sempre. Si potrebbe dire che alla nascita era un trans senza tette: una donna imprigionata in un corpo che non le appartiene e non la rappresenta.
G. si siede al suo fianco, Mona trema un po’ dopo che si sposta per fargli spazio.
“Ciao Mona, non ho tanto tempo scusa…dimmi di che hai bisogno e se hai una sigaretta la fumo pollege.”
“Santo cielo, chi ti ha insegnato a parlare in modo così squallido?”
“Coraggio Castry, vieni al dunque.”
Mona spegne la sigaretta sui jeans strappati di G. Castry è il soprannome che le dà D., solo che poi lei piange.
“Mona, ma diocane, ripigliati. Dammi una sigaretta, su”
“Oh, tienila. Tu e quello stronzo state proprio bene insieme.”
“Infatti io e D. non stiamo insieme.” G. accende la sigaretta e tira tre, quattro, cinque volte.
“Non importa. Comunque quel saccente sacchetto di merda non avrà tanto da parlare fra pochi giorni.”
“E perché? Ci sorprenderai con un nuovo breast implant?”
“No,” sorride Mona tirando fuori una boccetta marrone piena di pillole, “sarà fuori dalla circolazione.”
“Cosa stai dicendo? E cosa sono quelle?”
“Prendici confidenza, dovrai servirtene.”
“Mona, mi vuoi spiegare?”
“G., dovrai farlo fuori. Per me.”
“Ma chi?!”
“Cazzo G., la devi smettere con quella robaccia, ti stai fottendo le sinapsi.”
“TU mi stai dicendo che IO devo uccidere D. (cazzo, dammi l’accendino) e quella robaccia sta fottendo le sinapsi A ME?”
“Esattamente.”
G. fissa per un po’ il vuoto. Poi si concentra su un piccione che ha appena trovato un lombrico enorme in un angolo di terriccio, e se ne disgusta.
“Non ti ci vorrà molto. Si droga più di te, basta che sminuzzi una di questa pasticche in qualunque cosa lui si faccia. Può anche fumarla.”
“Come puoi costringermi a farlo?”
“Dunque, vediamo. Conosco tutti i tuoi amichetti spacciatori e ad un mio schiocco di dita potrebbero tagliarti fuori. Vivi in uno dei miei appartamenti da mesi e non ho ancora visto un centesimo. Santo Dio, dovrai pur renderti utile?”
“Farò il possibile. Dammi la boccetta.”
Mona gliela consegna e raccomanda “Entro la settimana prossima voglio trovare sui giornali la bella notizia. Altrimenti sei fuori, e potrei pensare anche ad altro.”
Per la prima volta G. ha paura di Mona, ed è qualcosa di assurdo, è come se ad un tratto il vostro canarino vi sembrasse un serial killer.

G. arriva da D.: “Fai la valigia, ti vogliono morto.”

Bagno di bolle analogo.

27 Ottobre 2008

Partorito ieri sera ascoltando davvero la serie Analogue Bubblebath.

E’ notte e una luce al neon mi illumina. La strada è deserta. La mia macchina si è fermata qualche centinaio di metri fa. Con un lettore musicale da poco ascolto da ore solo la serie Analogue Bubblebath e ripenso. Mi accendo una sigaretta, la penultima. Quando ho ritrovato questo pacchetto ci eravamo appena lasciati. Era rimasto in un cassetto della mia vecchia stanza, l’avevo messo lì senza un motivo. L’avevo cercato spasmodicamente. Ho ricominciato a fumare, mi avresti detto che ero stupido, che con i metodi di oggi si riesce a smettere per sempre, che dovevo annullare l’ansia diversamente, ma io me ne sono sempre fregato di queste cazzate. Tu mi avevi appena lasciato e avevi pronto un biglietto per andartene e ricominciare a vivere. Da cosa scappavi, lo sai solo tu. O forse scappavi da me, troppo infantile, troppo ristretto, troppo limitante? Tiro e gli occhi si irritano. È il fottuto fumo negli occhi. La luce al neon vacilla per un istante, poi torna a splendere dei suoi zero gradi centigradi. O giù di lì. Ho freddo. Ho paura. Sono determinato. Ricomincio a camminare. .55278037732581 mi annebbia la mente. Torno ai nostri ricordi. Ci siamo conosciuti in questo postaccio, una città di merda, tu con il tuo lavoro e i tuoi ideali e i tuoi sogni. Io con la mia stupidità alternata a disillusione. Questa altalena. Un parco e bambini che rincorrono castagne e le tirano in un lago. La tua macchina e i nostri giri a vuoto, il cemento e i quartieri industriali delle spiagge. Rubber Johnny in fondo è uno di noi. La tua infanzia così lontana e nebbiosa, sfuggente. Quartieri dormitorio e case scrostate, Berlino e i ragazzi dello zoo, e l’hashish che ti abbatteva e deprimeva, ed esaltava me. Vorrei averne ora, e devo accontentarmi di una sigaretta scadente, da 10 milligrammi di catrame, che mi fa schifo. Come tutto ciò che abbiamo consumato senza senso, quando eravamo fatti e quando no, quando non ci restava altro che l’intimità, quando era freddo e il riscaldamento non si poteva accendere perché c’eravamo fumati tutti quei soldi e la vecchia coperta di lana doveva sopperire a queste mancanze, a queste idiozie. Quando avevo vent’anni e quando ne avrò dieci. La mia sigaretta ora è finita, tu dove sei? Sei già li a sentir dire che il tuo volo è in partenza…sai io in realtà non so come funziona, non ho mai preso l’aereo. Volevamo Londra e invece no, i nostri soldi non bastavano mai e li sperperavamo. E li sperperiamo. E sprechiamo i nostri migliori anni e non viviamo più. E te ne vai, mi lasci su questa strada dimenticata dalle amministrazioni provinciali. Sento qualche rumore quando il lettore scadente si spegne. Riaccendo il lettore e parte Sloth, mi chiedo a questo punto, così per cambiare discorso, che cosa sia in effetti un bagno di bolle analogo. Forse è quello che ho provato in quella notte in spiaggia con quel vento che prometteva di portarci via, come in quella canzone francese. Mi crogiolo altri cinque minuti nei ricordi. Questo acquario caustico in cui nuoto da solo. È un bicchiere. È un cucchiaino. È una siringa. Una foglia secca.
Arrivo ad un attraversamento ferroviario. Dove mi trovo? Il treno da lontano stride, è passato da poco. Le barriere sono spezzate a metà. Mi sdraio sui binari e mi addormento tremando.
Il mio cellulare, l’ho dimenticato acceso qui nella mia tasca. Mi stai chiamando. Sei già arrivato? E perché mi chiami? Nel torpore del sonno ti rispondo con un masticato “pronto”. Mi dici “Ho sbagliato tutto. Voglio tornare con te” e un interregionale spazza via i resti di me.

Aspirines and Alcohol / Sei.

25 Agosto 2008

Un mese è passato. È ancora caldo a B., i raggi del sole battono sulle gambe di G., coperte solo a metà da un paio di jeans strappati. Le Adidas sono ormai spaccate dalle camminate a piedi, dai calci dati quando lo spray finiva e si rischiava di morire per due soldi e un po’ di chimica.
E pizzica il naso di G., pizzica forte.
Ora vive in uno degli appartamenti di Mona. Ancora non ha dovuto sganciare soldi, forse la impietosisce?
D. intanto continua la sua vita tra locali chic e scopate casuali, capatine al Covo, e visite random all’appartamento di G..
Si fanno insieme, e tutto finisce.
G. con i suoi soldi è riuscito a trovare qualche buon disco. E un biglietto aereo.

In una delle torride giornate di fine agosto, D. arriva nell’appartamentino carico di fumo e mentre G. è in bagno si guarda un po’ intorno finché non trova il biglietto. In quel momento, G. lo sorprende e si getta per toglierglielo dalle mani. D. non oppone resistenza.
G. è sorpreso, dice: “Beh, non ti incazzi?”
“Non abbiamo contratti. Puoi fare quel che vuoi.”
“Dici sul serio?”
“Beh, non aspettarti di ritrovare l’appartamento.”
“D., non hai capito. Non intendo stare via a lungo. Giusto un paio di giorni. E se tutto va bene non tornerò da solo…”
“Fai come vuoi. Ma secondo me non otterrai molto. Fai su, piuttosto.”

Il sole caldo di B. non serve a niente quando a G. cade addosso il mondo e vuole sprofondare ma non sa dove.

Aspirines and Alcohol / Cinque.

5 Luglio 2008

“Svegliati. Cazzo, svegliati!”

Schiaffi sul viso e G. apre gli occhi. D. lo guarda con il solito ghigno.

“Che ore sono?”

“Non importa. Vestiti un po’ come ti pare che ti porto al covo.”

G. tra i pochi suoi vestiti a disposizione sceglie una maglietta nera, un paio di jeans e infila le solite Adidas. L’ansia lo avvolge come le bende di una mummia.

“Datti una calmata, non stiamo andando a fare una rapina. Tieni” dice D. passando una sigaretta di hashish.

“Mi stai rimpinzando di chimica” commenta G.

“Taci, junkie dei miei stivali” risponde sorridendo D.

“Ma dovrei lavarmi i capelli, sono tutto sudato, e anche una doccia mi servireb-”

“Siamo già in ritardo, la macchina è sotto che aspetta. Andiamo, su.”

G. e D. scendono le scale velocemente, attraversano la porta e sono nel buio. I fari di una berlina tedesca illuminano il vuoto.

“Sali davanti, dovrai farti un po’ vedere”, comanda D.

Al volante c’è Mona, in uno dei suoi drappi, questa volta azzurro.

“Ciao caro, ecco tieni, fuma pure” Mona accoglie G. passandogli una sigaretta costosa.

“Grazie.”

La berlina tedesca prosegue dritta nella grande strada per qualche minuto, poi inizia a seguire percorsi labirintici nelle vie di B.

G. è più disorientato che mai. Dopo circa un quarto d’ora Mona frena e spegne il motore.

“Grazie cara, ci passi a prendere fra tre ore qui?” chiede D.

“Zertamente! Shtate attenti eh.”
Il tono materno di Mona suona se non ridicolo totalmente inappropriato.

I due scendono dalla berlina tedesca che sparisce silenziosa, e D. si avvicina ad un citofono anonimo.

“Chi èèèè?”, fa una voce effeminata.

“Gesù Cristo” risponde D.

“Sono arrivati” rimbomba il citofono e poi cade la comunicazione.

La porta si apre e G. e D. entrano nel covo.

Musica elettronica pesante viene diffusa da piccoli altoparlanti scadenti, a basso volume. Divani e poltrone sono rivestiti da stoffe dozzinali leopardate e zebrate. Il peggior incubo di una puttana qualunque.

“E muoviti!”
D. prende G. per un braccio e lo trascina più avanti. Dopo la hall, un muro precede una stanza più ampia, la porta non esiste ed è sostituita da tende nere. Al di là di esse si sta consumando un’orgia tra uomini di mezza età e transessuali cotonati. G. è colto da improvvisi conati, ma D. continua a trascinarlo come un aratro.

“Ehi, devi svegliarti. Cazzo, non sei qui per fumarti uno spinello. Datti una mossa” dice D. e scompiglia i capelli appiattiti di G.

In un angolo della sala c’è un piccolo bar.

“Che prendete?” chiede il barista trans.

“Io niente, l’alcool è noioso. Per lui un gin lemon”, ordina scocciato D.

“Che cazzo hai? Si può sapere? Mi stai trattando di merda”, si lamenta G.

“Siamo sul lavoro qua. Non m’importa di chi cazzo sei finchè non succede qualcosa o non mi porti un po’ di soldi. Ora ti bevi sto drink e poi ti cerco qualcuno. Hai lo spray con te? Ecco, allora devi stare tranquillo.”

G. e la parola tranquillo sono due insiemi non intersecabili in questo momento.

Uomini di ogni età ed estrazione posano i loro sguardi putridi su un ragazzo di 17 anni che sta facendo qualcosa di così lontano dalla sua solita vita da fargli mancare il fiato. Evidentemente in nessun modo è facile, per nessuno.

Dopo pochi minuti arriva un uomo sui trent’anni.

Ha i capelli rasati, una maglietta mimetica e un paio di pantaloni stretti.

“A quanto me lo metti, dai sii buono” chiede a D.

“È quello nuovo. Carne fresca. Cosa vuoi?”
“Voglio che mi canti una canzone.”

“Facciamo 60 €.”

“Solo perché sei tu”, commenta il trentenne pagando D.

“Forza, seguilo. E dammi lo spray, lui è un amico.”
“Ma…”
“Dammi retta, stupido”

G. consegna lo spray a D. controvoglia e sul punto di dargli un pugno.

Segue l’uomo in una delle stanze adiacenti alla grande sala.

È una piccola stanza, arredata minimamente, con un letto matrimoniale da quattro soldi, un tappeto di cattivo gusto, e tende scure alla finestra.

“Spogliati” comanda il trentenne.

G. impaurito inizia a togliersi le scarpe, ma viene interrotto dal cliente.

“Togliti la maglietta e abbassa i calzoni.”
G. esegue mentre il cliente comincia a masturbarsi brutalmente, senza ritegno.

“Ora vieni qui e fai il tuo lavoro.”
G. si schiarisce la voce e stona: “Haaad a northern lad…well not exactly had…”
“Cretino! Mi prendi per il culo?”
“Ma, io…”
“Avvicinati.”
“Ehm…”
“Inginocchiati”

A questo punto il trentenne afferra la testa di G. e lo obbliga a prendere in bocca il membro. G. sente lo stimolo del vomito, ma resiste.

“Hai capito adesso? Datti da fare”
G. bestemmiando maledice D. per avergli tolto lo spray, e lo immagina a contare le sei banconote da 10 canticchiando “Soldi soldi soldi”, scherzando con i vecchi scopatori nell’altra stanza.

Gli spasmi del cliente lo riportano drasticamente alla realtà, e G. estrae l’uomo dalla propria bocca vergine.

Il trentenne si esibisce in versi animaleschi prima di venire e depositare il suo sperma copiosamente sul viso di G. che inizia a piangere irrimediabilmente.

“Sparisci”, gli comanda l’uomo.

G. corre fuori senza essersi nemmeno pulito e non può che scatenare le risate di D.

“Ti dona, sai?”

“Fottiti. Fottiti. Portami via.”
“Ok. È la tua prima volta. Usciamo. Tieni”

D. passa un fazzoletto a G. che si pulisce in fretta e cerca di nascondere le lacrime.

I due escono dal covo e sono di nuovo nel buio.

“Tu hai permesso che un uomo mi violentasse e c’hai fatto sessanta euro! Sei contento ora?”

“Ehi, sei tu che vuoi fare l’hustler. Se sono contento? No, per niente. Comunque ecco” risponde D. passandogli quarantacinque euro.

“Un mio bocchino vale quarantacinque euro.”
“Ehi, è un inizio. Dai, ripigliati che chiamo Mona. Se ti vede così poi se la prende con me”

D. prende il telefono.

“Mona, cambio di programma. Vieni qua subito e riportaci a casa mia. Si. Ok. Ciao.”

G. continua a piangere.

“Dovrai farci l’abitudine. A meno che tu non voglia andare a cucinare in Spagna e raggiungere quell’altro deficiente.”

G. tira uno schiaffo a D.

“Non parlare così di lui. Tu non sai un cazzo”
“E tu smetti di piangere. Sei un prostituto, non sei più un bambino. Le due cose non possono coesistere.”

La berlina tedesca arriva e carica i due.

G. sale dietro e chiude gli occhi.

Mona pensa che dorma e chiede “Gli hanno fatto del male?”

“C’è molto lavoro da fare” risponde D. a bassa voce.

La berlina tedesca si allontana dalla verginità di G. nel silenzio di B., sulle ultime note di una canzone che si intitola Hotel.

Aspirines and Alcohol / Quattro.

4 Luglio 2008

D. conduce G. verso un ristorante. Le strade deserte rendono i semafori mero arredamento postmoderno.

“Oggi ti insegnerò qualcosa di nuovo”, dice D. rompendo la bolla di silenzio.

Il ristorante è piccolo ma carino, arredato con gusto ma semplice, le sfumature delle tinte pastello sono chiare come poco altro nella testa di G.

La sigaretta che D. gli aveva passato con un ghigno evidentemente era truccata.

Una donna enorme con i capelli gialli, accompagnata dalle sue tette, e con esse avvolta in un drappo scarlatto, arriva a gran balzi da dietro un muro.

“D.! Tesoooro. Hai portato un nuovo amichetto?”
“Ehm, si. G., ti presento R.”
“Mo che cariiino che l’è, vè li! Mo mama, shembri dishtrutto!”

“Lo sono, ehm, signora R.”
“Puoi chiamarmi Mona! Direi che si addice no?”
“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.”
D. interrompe la conversazione sgradevole prima che si arrivi ai coltelli: “Mona, hai un tavolo per noi due?”
“Mo zerto! Te lo fazzo sistemare shubito”

L’impatto con l’accento così forte, insieme alla presenza scenica fosforescente di Mona e agli sguardi della clientela stordiscono G. ulteriormente, tanto che a fatica riesce a sedersi al tavolo senza combinare danni.

“Chi cazzo è questa?”
“Ti tornerà comoda.”

“Volete ordinare?” chiede un cameriere con voce nasale.

“No, io mi riposo sulla sedia e basta” risponde D.

G. rimane a bocca aperta e si riprende in tempo per dire “Io ordino. Facciamo…il piatto del giorno và”

Il cameriere sparisce in uno svolazzare di microgocce di profumo nell’aria.

“Armani”, nota D.

“Fame”, ricorda G.

Dopo 10 minuti arriva il piatto del giorno che altro non è che una porzione di pasta al ragù.

Fosse stato per G. nel piatto poteva anche esserci pesce marcio. Quindi inizia a mangiare con voracità mentre D. lo guarda semi-schifato, come a dire “Sei indietro, ancora ti avvali di questi mezzi”.

Dopo tre minuti il piatto è lindo, e D. è sicuro di avere tutta l’attenzione necessaria per poter parlare.

“Dunque. Stasera ti porterò al covo. Ti fornirò uno spray al peperoncino, ma non abusarne o ti fotterai la reputazione. Più di così, insomma.”
G. lancia un’occhiataccia allo sdegnoso commensale non mangiante.

“Ok, sto scherzando. Dovrai sempre stabilire i prezzi prima. Se qualcuno fa storie, conosci la modalità. L’hai già fatto in treno. Ma se tutto fila liscio, non potrai tirarti indietro altrimenti addio clientela. E tu sloggi. Sono stato chiaro?”
“Si padrone” risponde G. ironicamente.

“Non prendermi per il culo. Ah, domani tu esci da casa mia”
“E dove cazzo vado? Ho con me altri 350 euro, non trecentomila!”

“Questo non è un problema. Mona ha degli appartamenti qua in giro. Anche carini.”
“Cool. Ma…non vorrai dirmi che tua madre non sa nulla?”
“Esattamente.”
“Posso farti una domanda D.?”
“Questa era una, ma sorvolerò su queste finezze sintattiche.”
“(Fottiti.) Perché lo fai?”
“Faccio cosa? Trovarti un appartamento?”
“No, tutto il resto. Insomma hai soldi, puoi crogiolarti nel nulla e nei tuoi dischi e in giro quanto vuoi, sei libero. Perché caricarti di stress?”

“Perché lo stress è un rimedio efficace contro la noia. La mia vita un anno fa non era felice, G. Forse non lo è nemmeno adesso, ma è movimentata. E poi la gente si fa scopare più volentieri da me. Si aspettano un lavoro. E poi succede sempre qualcosa. Vedrai.”

“D., ma noi siamo amici?”
“Stiamo girando Dawson’s creek? Svelto, entra da una finestra! Quella che preferisci”

“Insomma hai capito. Forse per te sono un’altra fabbrica di soldi. E non è per fare il sentimentalista, ma se so di contare qualcosa per te so che se ho bisogno ci sei, mi segui?”

“No, non ti seguo da un pezzo. Comunque ho capito cosa vuoi dire. E ti rispondo con una domanda. C’è qualcosa di peggio della tua vita di R.?”
“Oltre alla morte intendi?”
“Beh.”

“No.”
“E allora. Fatti meno paranoie, qui starai bene.”
“Sarà.”
“Perché quest’indecisione ora?”

“Dov’è la mia roba?” tuona una voce alle spalle di D..

“Oh, F., sei tu. Mi hai fatto prendere un colpo. Ma insomma, ti sembro uno di quei cenciosi in giro per i peggiori viottoli? La tua ‘roba’ è tutta a casa mia. Passa stasera se la vuoi.”

“Ottimo. Questo chi è?”
“È G., te ne avevo parlato.”
“Non ricordo.”

“Ci credo, sei crack dipendente.”
“Parla il sano.”
“Vedi, io sono così facilmente annoiabile che nemmeno le droghe mi sfasciano.”
“All’ultimo dj set di Apparat non la pensavi così.”
“Ma quello è perché mi ero spazzolato il Ritalin!”

F. è un ragazzo piacente. È appena arrivato da Londra e ha uno sguardo opaco.

“Usciamo?” propone D..

I tre escono dal ristorante salutando Mona ed entrano nella luce asfissiante del sole di luglio.

“Mi spieghi perché da Londra vieni a comprare il crack a B.?” chiede G., divertito in qualche modo da questo pellegrinaggio chimico.

“Mi fido solo di D.. Ho avuto pessime esperienze in passato. Voglio dire, le pecore tornano all’ovile no?”
“Prima di abbandonarti a queste digressioni zoologiche, ricordati bene che animale sei. Regardless of your sex position, più che una pecora sei una scrofa” esordisce D. dopo qualche minuto di contemplazione dell’azoto (pratica conosciuta come fissare il vuoto, back in the days).

“Sei simpatico D., non mi ricordavo. Il tuo humour provinciale mi è mancato nella fredda Londra. A quando una gara di rutti?”

“Cos’hai detto?!”
“L’hai sentito.”
“F., tu vieni a casa con noi.”

*

Il fresco del mega appartamento è una felicità materiale che vale la pena di vivere. Il climatizzatore è la rovina e la gioia dell’uomo.

“Noi ci assentiamo, tu accenditi pure il computer e fai quel che vuoi”, dice D. senza calore.

D. ed F. evidentemente si stavano abbandonando ai piaceri carnali, ma G. era perso nel suo mondo di ricordi e nostalgia di cose mai fatte, e non riusciva a pensare ad altro.

Una volta acceso il computer, decide di collegarsi con l’instant messenger, ma restando invisibile.

I messaggi delle amiche compaiono copiosamente.

“Dove sei?”
“Che fine hai fatto?”
“Perché non mi rispondi?”
“Quando vuoi, chiamami”

“Vediamoci”
“Mi manchi”

Tutta quest’attenzione focalizzata strappa un sorrisetto a G., che apre un cassetto della secretaire di fianco al tavolo del pc e trova un sassolino di fumo. Dà vita ad un anonimo svuotino con una triste Winston blu, lo accende, spegne il computer, si sdraia sul divano e finendo di fumarlo si addormenta di nuovo al ritmo delle molle di un letto che soffre, sudore che cola, un coito vissuto con emozione, nostalgia di altre persone, vivere un istante appieno, un orgasmo, una risata, fumare un cristallo di crack e dimenticare tutto e solo quando dormi sei davvero felice e non hai pensieri. Per non parlare di quando dormi per overdose.

Aspirines and Alcohol / Tre.

3 Luglio 2008

L’aria di B. è solida. G. si alza da un letto non suo e crolla di nuovo sul materasso.

G. è a B. per davvero ed è la fine della vita di prima, forse.

La vita di prima è passare giornate al centro commerciale a vedere la tv, o perdere decine di ore seduto al computer ad ascoltare musica spasmodicamente. Camminare senza senso in giro per la città, aspettare tempi sconfinati e autobus e incidenti stradali e ragazzi e serate indie. Aspettare un briciolo di felicità stramazzato sul letto ma sveglio alle 2 e piangere per il gusto di farlo, essere un fantasma sul lavoro. Immaginarsi telefonate e svolgimenti improbabili, sentire che è il momento giusto per poi pedalare a casa con la coda tra le gambe (o tre le ruote, per quel che conta).

Fare considerazioni idiote e sproporzionate sul lavoro e sullo studio, bere caffè nei bar, diventare anoressici rimpinzandosi di porcherie, scaraventare penne a terra perché non scrivono, isteria, desiderare e rinunciare all’hashish, essere affascinato dalla space cake, comprare magliette striminzite perché sono belle, metterle due volte e pentirsi, concerti di nascosto e orari cenerentoliani, sigarette da giracranio e sigarette mai fumate, troppe scarpe sempre in giro e mai la testa sulle spalle, ma piuttosto uno stupido blocco causato dalla timidezza, complimenti inutili e galanterie sovrabbondanti, ossequiose, sentimenti posticci e urli casuali e atteggiamento punk e sopracciglia orrende.

La fine di tutto questo.

*

“Ma dov’è tua madre ora?”

“Oh, a Osaka. B. la annoia tremendamente ultimamente.”

“Ah, poverina.”

La casa enorme e fantasmagorica è scaldata appena dalle note provenienti dallo stereo. Il disco è folk, il cantante ha un nome strano che inizia con la S. e G. lo sopporta ben poco.

“Perché LUI?!”
“Oh insomma, siediti li e non lamentarti sempre”

“Ma mi sta sui coglioni.”

“Tieni.”
D. passa una sigaretta a G.

Oh, splendida colazione.

D. intercetta lo sguardo famelico di G. e informa “C’è solo caffè e crack in casa. Se vuoi mangiare dovremo uscire”

“Beh, usciamo”

“Sei sicuro, hon?”
G. si rende conto in quel momento di aver dormito nudo.

“Ma dio…”

“Eh vabbè dai. Sciacquati, vestiti e andiamo”

“Ci sono bar con brioches buone qua?”

“Sono le 12.30. Credo che siano finite.”

G. si veste e raccoglie un paio di pensieri. Inutili, inessenziali, ex-belli. Poi squilla il telefono.

“A. chiama. Rispondi / Muto” dice il display del cellulare.

“D…. D.! È A.. Che faccio, rispondo?”
“Direi di si.”
“Pronto” emette G. svogliatamente.
Una voce preoccupata e tremula è all’altro capo del telefono. È una voce pronta a piangere ma fa finta di nulla.

“Ehi, ma che fine hai fatto?”
“Sono a B.. Pensavo che avresti immaginato. In fondo te l’avevo detto.”
“Schiettamente, non pensavo che l’avresti mai fatto.”
“Ci sono cose di me che non sai evidentemente. Forse ho più palle di te.”
“Oh. Bene, pensala pure così. Io ti chiamavo solo per salutarti. Fra mezz’ora lascio R. e vado in Belgio, poi mi aspetta la Spagna.”
“Sono felice per te. Troverai un po’ di tranquillità?”
“Avrò tutto il tempo per farlo…”
“Beh, questo è ovvio. Ma…cosa intendi dire?”
“È definitivo. Non torno.”

“…”

“Pronto?”

“clic”

Aspirines and Alcohol / Due.

2 Luglio 2008

Un forte fischio, i freni risonanti, pennuti che volano via bestemmiando per le briciole rimaste sui binari. In questo modo si presenta il treno di G.

“R., stazione di R.”

“Il treno per M. Centrale è in partenza sul Binario Sei. Effettua fermate a C., F., C., B., M., R., P., P., …”

A G. interessa quella B. È lì che deve ricominciare. Ricominciare a far che? Respirare forse.

G. sale sul treno ed è un perfetto idiota perché aggiusta i suoi bagagli, si sistema, e dopo 10 km si rende conto di non aver obliterato il biglietto.

Si ricorda che la cosa giusta da fare è cercare il controllore in giro per le carrozze e fargli notare la dimenticanza, in modo da dimostrare la propria buona fede. G. si ricorda che è finito il tempo delle cose giuste da fare ed è ora di uscire dalla camera iperbarica.

Il controllore è un uomo sui quarant’anni, brizzolato, di altezza media, piuttosto magro. La divisa è triste e così ministeriale nei suoi colori scuri. La carrozza è popolata da G., i bagagli di G., due donne cinesi, un indiano dormiente, e una checca probabilmente diretta alla settimana della moda a M.

Il passo del controllore è lento e svogliato, lui odora di caffè e tabacco sciolto, ha occhiaie importanti e grigie, e sembra disinteressato alle classiche vicissitudini da vagone.

Giunge di fronte a G.: “Il biglietto, prego.”

“Io non l’ho timbrato.”

“Il biglietto, prego.”

“Non l’ho timbrato, ho detto.”

“Eh? Oh. Siamo di fronte a una contravvenzione e bla bla bla, sai, le solite cose no…”

“Ha intenzione di farmi una multa per le solite cose?”

“Mi pagano per questo.”

“Vediamo di risolvere la nostra disputa altrove.”

“Burdèl, mi stai sfidando a singolar tenzone?”

“Non esattamente.”

G. e il controllore abbandonano la carrozza. Il bagno minimo accoglie inspiegabilmente i due. Il controllore sale sul cesso, dozzinale e sporco. G. gli sbottona i pantaloni e gli abbassa le mutande.

La fierezza del controllore sembra essere in ferie. In una nuvola di pelo scuro, pendono i coglioni demoralizzati. G. è colto da ilarità ma rimane serio.

“Allora? Ti devo insegnare io?”

“Certo che no.”

G. conta fino a tre, alza la mano e stritola i testicoli del controllore a cui manca il fiato. Crolla e G. riesce a chiudergli la bocca con uno straccio trovato in terra e a tramortirlo con pugni svogliati.

Nella tasca interna della giacca, un grammo di fumo.

“Meglio che niente.”

*

B. è cementificata nel suo calore eccessivo e metropolitano, la stazione è piena di facce, ma manca di volti. Donne e uomini senza personalità, avvolti dalla concezione di sé stessi, qualunque essa sia. Chi si sente potente con i propri status symbol addosso o in garage, chi si sente rivoluzionario con un taglio di capelli brutto o una kefiah sgualcita, chi fa la fame e chi gioca a non mangiare, chi mangia troppo, chi beve troppo, chi fuma distrattamente, chi distrae il fumo dal suo tragitto random soffiando in mezzo alle nuvole bigie. (Questo è G. ovviamente)

All’ingresso della stazione il solito fast-food rilascia odore di sogno americano, di felicità ready-made, calorie e mucche e patate e bibite gassate. Annunci immobiliari tappezzano la strada di una città che soffoca la gente che soffoca la città che.

G. prende il telefono e chiama una persona.

“Ehi, sono appena arrivato. Ok. Ma tra quanto? Già, dimenticavo che i sobborghi non fanno per te. Allora, fra 5 minuti al nostro posto.”

Il loro posto è un arco di pietra noto per l’utilizzo sanitario che ne fanno i barboni e i tossicodipendenti poveri. Che poi spesso coincidono. (Non è divertente la distinzione tra i cocainomani-chic & ricchi e i morti di fame tossici di merda?)

L’odore di urina è portato al massimo storico dall’afa e G. si sente mancare. Rivolge il peggiore degli sguardi alla persona che lo fissa divertito da 5 minuti buoni.

“D., sei il solito cretino.”

“Buongiorno anche a te.”

“Vuoi uno sputo di fumo?”
“Solo se ne è valsa la pena.”

“Oh, l’ho ottenuto quasi evirando un impiegato pseudo statale”.

“Fai su.”

G. e D. camminano fino a casa di D.

Non è lontano dalla centralissima stazione, giusto tre o quattro strade più a nord.

D. sa di profumo costoso, e appena di hashish. Indossa una maglietta scura, un paio di pantaloni classici, un paio di stivali scuri.

Al suo fianco G., con la maglietta da raver, i calzoni corti e le Adidas sembra un rimasto. Per non parlare della differenza di carico.

G. ha addosso lo zaino e i due sacchi di tela. D. trasporta con noncuranza la canna.

“Ma non abitavi in centro?”

“E non rompere i coglioni.”

“Già fatto per oggi.”
“Ah, ah.”

Casa di D. è una vergogna.

Ci vive solo con la madre ed è enorme, ci poteva abitare l’intero cast di film come Il signore degli Anelli. Nell’ingresso G. viene accolto con diffidenza dai cani.

“Buoni. State buoni” dice D. calmandoli immediatamente.

C’è un effluvio di prodotti per pulizie nauseante.

“L. è appena andata via” spiega D.

G. dà un’occhiata generica e inutile al grande salone, ambiente unico con l’ingresso.

“Metti un disco”, suggerisce G.

D. sceglie accuratamente, indugia sul primo album di un gruppo post-rock islandese, poi scorre la collezione di dischi ambient e idm del genio della Cornovaglia, per poi terminare con un sorriso mettendo le mani sul disco della sua cantante preferita. Si chiama Tori, ed è una signora con i capelli rossi e la voce divina.

[How many fates turn around in the overtime?]

“Coraggio, sistemati.”

“DOVE?”

G. non ha tutti i torti. È la prima volta che entra in quella casa e non ha idea di come comportarsi, cosa fare, dove stare.

“Gesù, mi sembri appena uscito dallo Shortbus con quell’aria disfatta. Fatti una doccia.”

“…”

“Ok, ok, da questa parte.”

Aspirines and Alcohol / Uno.

1 Luglio 2008

La matita è smangiucchiata.

G. chiude “Corso di Economia Politica” e si avvicina alla finestra. Il monte T. è fermo li da millenni, non sembra avere intenzione di spostarsi, con infinita gioia dei suoi abitanti, incredibilmente stranieri.

I tetti delle case, non cambiano.

Sono gli stessi da diciotto lunghi anni.

A destra il fiume. A sinistra altre case.

È ora, pensa G.

Armadio della stanza degli ospiti: soldi. Trova quattrocento euro. Beh, niente male.

G. Prepara un vecchio zaino.

Un libro. Un quaderno con una matita.

Qualche foto strappata dalla parete.

Le chiavi di casa senza uno scopo preciso.

Telefono e caricabatterie, iPod e caricabatterie.

Pinzette per sopracciglia.

G. prende poi due sacchi di tela e ci infila più mutande e calzini possibili, fino a lasciare lo spazio per due paia di pantaloni e una decina di magliette piegate in modo puramente casuale.

G. sente freddo nonostante sia estate e il ventilatore sia spento.

Accende per l’ultima volta il computer e sparisce dal web. Si cancella da tutti i siti di social networking, poi un’ultima occhiata all’instant messenger. File, Disconnetti.

Spegne il computer direttamente dalla presa multipla, con noncuranza.

Infila un paio di Adidas e oltrepassa la porta di casa per l’ultima volta, carico di equipaggiamento di fortuna, e con i soliti occhiali da sole da poco sul naso.

G. prende l’autobus tranquillamente, come se dovesse partire per un weekend qualunque o andare a fare un salto a 100 chilometri da casa e tornare per cena.

Sceso in stazione compra una ricarica per il cellulare e due pacchi di sigarette. E due accendini.

La stazione è confusione pura. Turisti in arrivo e in partenza, strette di mano, abbracci, baci, borseggiatori, piccioni, cibo, distributori automatici di bevande ipercaloriche (sovrappeso confezionato per il gentile pubblico), il sintetizzatore vocale che senza pietà ripete “R., stazione di R.”

G. dopo aver acquistato il biglietto si dirige al binario, si siede sul muretto e inizia a fumare senza passione, fissando laconicamente la Linea Gialla. Al di là di essa, il fato.