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Writers without homes.

8 Maggio 2009

Comunicare le emozioni. Un tempo per farlo si scriveva una lettera, oggi un sms o una e-mail. Così idee e sentimenti viaggiano attraverso abbreviazioni e acronimi, in maniera veloce e funzionale. non è possibile definire questo cambiamento in termini qualitativi, si può però prendere atto della differenza dellemodalità d’impatto che questa nuova forma di comunicazione ha sulle relazionitra gli uomini: quanto quella di ieri era una comunicazione anche fisica, fatta di scrittura, odori, impronte e attesa, tanto quella di oggi è incorporea, impersonale e immediata.

Discuti la questione proposta, illustrandone, sulla base delle tue conoscenze ed esperienza personali, gli aspetti che ritieni più significativi. (Mat. 2008)

L’evoluzione della comunicazione interpersonale presenta pregi non trascurabili: grazie all’e-mail, alla messaggistica istantanea e ai forum, pensieri e idee sono trasmessi nell’immediat, ovviando alla lentezza della posta tradizionale.
Purtroppo, a causa della fretta e soprattutto delle limitazioni di spazio degli sms, negli ultimi anni si è verificata una trasformazione del linguaggio: abbreviazioni ormai onnipresenti, abolizione del periodo ipotetico e uso scorretto di h, apostrofi e accenti sono gli aspetti più degeneranti di questa nuova tendenza, associata ai più giovani.
Fino a qualche anno fa, chi aveva scarse abilità aveva la decenza di evitare l’italiano scritto, mentre ora, grazie alla diffusione globale della tecnologia, tutti sembrano avere qualcosa da comunicare, spesso in una foruma discutibile.
Sfortunatamente, l’italiano da sms è diventato un’abitudine talmente radicata da trovare spazio anche su Internet: d’altra parte, non sono pochi i blog scritti in italiano corretto, che fanno di questa caratteristica un vanto, mentre io credo che se si vuole comunicare, usare un codice comprensibile sia il minimo che i riceventi dovrebbero pretendere. Ammetto di aver usato anch’io abbreviazioni e sigle negli sms, ma solo per lo spazio limitato: ultimamente nemmeno con il cellulare lo faccio, perché irrita me per primo.
Un altro difetto della comunicazione moderna è l’impersonalità che essa presenta, inevitabilmente. Il valore della carta e penna, la calligrafia, si stanno perdendo, diventano quasi superati. Ma non sono solo questi aspetti romantici a preoccupare: oggi più che mai è facile crearsi un’identità parallela, o peggio, rubare quella altrui. Per chi ha una vita attiva su Internet – per quanto possa essere definita vita, e attiva – subire un furto di identità è piuttosto semplice: è sufficiente che un malintenzionato ottenga l’accesso alla sua e-mail, e potrà farsi una cultura sui fatti personali, segreti o meno, della sua vittima, nonchè ottenere i dati di accesso a svariati siti, specialmente i social network, e mettere in atto discussioni con gli amici del malcapitato, che difficilmente possono indovinare chi si trovi al di là della Rete.
In conclusione, come ogni espressione del progresso, l’evoluzione della comunicazione presenta vantaggi e svantaggi: sta agli utenti la scelta fra un utilizzo corretto e funzionale dei nuovi messi, e un uso spregiudicato che spesso finisce per mettere in evidenza ignoranze colossali.

Bel tema. Lo svolgimento è appropriato ai contenuti richiesti, organico nella struttura, brillante, corretto e fluido nel linguaggio. Interessanti gli spunti emersi. 9.

II° Tema.

4 Dicembre 2008

Tema n° 3:
Si dice da parte di alcuni esperti che l forza delle immagine attraverso cui viene oggi veicolata gran parte delle informazioni, rischia, a causa dell’impatto immediato e prevalentemente emozionale, tipico del messaggio visivo, di prendere il sopravvento sul contenuto concettuale del messaggio stesso e sulla riflessione critica del destinatario. Ma si dice anche, da parte opposta, che è proprio l’immagine a favorire varie forme di apprendimento, rendendone più efficaci e duraturi i risultati. Discuti criticamente i due aspetti della questione proposta, avanzando le tue personali considerazioni. (Mat. 2003)

Già nel cranio gli occhi sono davanti al cervello, e sempre di più la vista sta affermando la sua supremazia sugli altri sensi. Siamo sempre meno portati a riflettere, a impegnarci per comprendere il mondo che ci circonda: prendiamo per vere le immagini appena ce le troviamo di fronte, mentre mai come oggi questo atteggiamento si dimostra dannoso.

L’immagine è una rappresentazione alla portata di tutti, può essere altamente simbolica e provocare reazioni varie, che cambiano in base alla personalità e alle esperienze di chi la subisce. La potenza dell’immagine non sta tanto nei messaggi che può trasmettere in sè, quanto nella velocità di diffusione e ricezione. Basta chiedersi come mai in quasi ogni casa si guarda la televisione e quasi nessuno ascolta la radio. L’assunzione di dosi televisive è molto più subdola e semplice: quanti ascoltano davvero tutto quello che viene detto? A meno che non si dedichi una stanza insonorizzata semplicemente al televisore, è difficile che non sfugga nemmeno una parola: una casa è piena di distrazioni. Ma le immagini penetrano nella memoria prima che noi riusciamo a interporre barriere. Questo ha certamente dei vantaggi, ad esempio nel campo dell’apprendimento: non sempre si possono sperimentare nel pratico le nozioni che si ricevono e le immagini, tendendo magari a esemplificare e rappresentare con simboli, permettono di ricordare più facilmente.

Lungi da me condannare l’uso delle immagini: da appassionato di cinema e delle arti figurative in genere, apprezzo molto le creazioni dell’uomo quando sconvolgono, quando meravigliano, quando spingono a riflettere. Ciò che non sopporto è l’inganno, operato dai pubblicitari a danno dei consumatori. La pubblicità è ruffiana, autoreferenziale per definizione: il problema è la precedenza che ha la vista su tutto, annichilendo la capacità di ragionamento, riducendo i contenuti all’osso. Questo purtroppo si verifica anche in decine di film: storie che non stanno in piedi, tenute insieme dal cast e dagli effetti speciali, ed ecco come “opere” senza il minimo valore artistico sono quelle che fruttano i maggiori incassi.

Mi viene in mente il montaggio di Godard in “À bout de souffle”, nella scena in cui il dialogo tra i protagonisti si sovrappone a riprese delle strade, apparentemente – probabilmente – senza senso: credo che oggi riuscirebbe a disorientare più che mai.

Bel tema, originale e personale nella struttura e nell’espressione, scorrevole e vivace, corretta quasi sempre. Lo svolgimento è aderente alla traccia, con molte buone intuizioni (che vanno un po’ approfondite nei contenuti specifici).

8+

Primo tema dell’anno…

24 Ottobre 2008

Non ho il foglio con i titoli, comunque ho fatto il tema ordinario che partendo da una frase di tale Santiago Gamboa, uno scrittore, chiedeva le nostre riflessioni sul tema della felicità. Secondo lui è possibile essere felici se si abbandona l’idea di felicità metafisica, e se si inizia a vedere la felicità in ogni piccola cosa che ci solleva dallo strazio quotidiano.
Beh, il mio tema è questo.

Nel pensiero di Gamboa, che a una prima lettura può sembrare ottimista, io vedo pessimismo, o meglio rassegnazione. Sostanzialmente viene negata la felicità in senso continuo, mentre si sostiene che nella vita quotidiana esistono momenti, casuali e sconosciuti prima del loro verificarsi, che possono sorprenderci e farci sperimentare questo stato d’animo.
A me questa concezione mette tristezza, pensare che sforzarsi per anni per migliorare sè stessi, riuscire a trovare un’occupazione, una casa, insomma una serenità (che probabilmente parte da bisogni materiali) sia poi inutile se lo scopo era la felicità garantita, ecco, mi fa mettere in discussione un po’ di cose. È palese che nella vita gli affetti abbiano un ruolo decisivo, ma anche la soddisfazione personale di costruirsi qualcosa, prepararsi il terreno per un’esistenza dignitosa, dovrebbe essere importante.
Mi chiedo cosa penserebbe delle considerazioni di Gamboa un ateo appartenente alla scuola del “la felicità è il senso della vita”. Allora per lui significherebbe che il senso della sua vita è spezzettato in eventi casuali che possono verificarsi o non verificarsi in un momento o nell’altro? Questo dovrebbe far tremare diverse gambe. In realtà nemmeno io credo nella felicità totale, un’estasi dei sensi in stile “angeli che si tuffano nella luce di Dio”; ma sicuramente credo che esista ciò che in economia viene chiamato “equilibrio di sottoccupazione”, ovvero una condizione in cui si sta bene con sè stessi, si ha tempo per coltivare la propria persona e anche per svagarsi. Non sarà eterno, arriverà sempre qualcosa a sconvolgerci, ma almeno io vedo la situazione di base positivamente, e non come eterna sofferenza intervallata da piccoli istanti di tregua.
Chiunque ha periodi positivi e negativi, l’importante è appunto l’equilibrio: un periodo negativo troppo lungo dovrebbe spingerci a cercare di comprenderne le cause e impegnarci per risolverle, anzichè piangerci addosso e iniziare a vedere la vita come tortura. Non è per fare del facile moralismo, ma i malati terminali allora cosa dovrebbero fare? Eppure anche loro (quelli coscienti, non quelli che sono obbligati a “vivere” da istituzioni più o meno discutibili) riescono a trovare la felicità. Magari in questo caso può sembrare più appropriata l’idea di Gamboa, ma se un malato in vita sua è riuscito a crearsi una rete di affetti, di persone pronte ad aiutarlo e ad assisterlo senza aspettarsi nulla in cambio, allora potrà dire di essere felice.
Malato o no non cambia: senza legarsi alle altre persone lasciando loro un segno del nostro passaggio, anche le cose più piccole, la vita è davvero inutile e a mio avviso infelice a priori.

Parliamone. Questo tema fa davvero schifo. Direi che mi ha sorpreso il giudizio ottenuto:

Lo svolgimento è adeguato alla traccia. La tua riflessione è personalmente impostata, approfondita e a tratti originale. Interessanti le considerazioni da te evidenziate. L’espressione è fluida e brillante, corretta e appropriata.

8.

O_O